Sei in: 

L'antico gioco degli astragali

01/03/2009
Astragali
Il ritrovamento in fondo ad un cassetto, dimenticato da tantissimi anni, di un aliosso (osso del tallone delle zampe posteriori degli ovini e altri animali a piede fesso) ha dato la stura ai dolci ricordi della mia fanciullezza, diventando al contempo ‘pretesto’ per accennare ad un gioco, ora non più praticato, che si faceva con questi ossicini fino ai primi decenni del secolo scorso.

Mi tornano alla mente e al cuore le scampagnate primaverili alla masseria ti li Cicci, dove, dopo l’immancabile scorpacciata di ricotta fumante, mi aspettava Speranza (la coetanea, figlia di massaru Antonio) per giocare.
Tra i giochi praticati in quello scorcio felice della mia esistenza vi era il gioco degli astragali o degli aliossi, nel dialetto del mio paese (Manduria) arùnchî o arònchiuri. Prima di tratteggiare quel poco che rammento di questo antichissimo gioco da me frequentato, per intelligenza dell’amico lettore è d’uopo premettere utili informazioni desunte da studiosi ed archeologi.

Nato forse in Asia Minore e diffusosi in Grecia, il gioco è passato di là alla Magna Grecia e poi a Roma, conservandosi sino a quasi i nostri giorni, passando attraverso il medioevo pressoché intatto. Numerose sono le testimonianze antiche nell’arte greca e romana, giunte sino a noi, che riguardano il gioco degli astragali: pitture vascolari, sculture, affreschi murali, terrecotte, rilievi, monete, ecc., che mostrano fanciulli, fanciulle e giovani adulti intenti a sfidarsi. Anche gli scrittori antichi non mancano di riferirne ad iniziare da Omero nell’Iliade, allorché Patroclo (poi compagno inseparabile di Achille, perchè ambedue allevati ed educati dal centauro Chirone) uccide, in preda all’ira, un compagno di gioco mentre erano intenti a trastullarsi con gli astragali.

Altrettanto numerosi sono i rinvenimenti di astragali, nei siti archeologici, nei santuari e nei corredi funerari, specialmente in sepolture infantili (sono state scoperte tombe con centinaia di astragali), ma non mancano in abitazioni ed in edifici pubblici. Gli astragali grezzi, al naturale, ben presto furono affiancati da quelli imitati artisticamente e prodotti a grandezza naturale nei materiali più diversi quali oro, argento, avorio, bronzo, piombo, marmo, terracotta, ecc. in particolar modo quelli che venivano offerti alla divinità, per grazia ricevuta o in adempimento di una promessa.
In misura minore gli archeologi hanno pure trovato esemplari di astragali forati, altri forati e piombati e altri ancora con iscrizioni incise. Se ignoriamo il motivo della piombatura e a quelli forati (da portare indosso come orecchini o collane) attribuiamo una funzione apotropaica, di allontanare o annullare influssi magici maligni, le iscrizioni (una solo lettera, le prime lettere di un nome o il nome intero) si riferiscono quasi sempre a divinità o a eroi.

Questo gioco popolarissimo nel mondo greco, un po’ meno in quello romano, era praticato soprattutto dalle donne e poteva aver luogo dovunque e in ogni circostanza; non vi era convito che non finisse con questo divertimento, praticato quasi come un rito al pari di quello in cui, al termine della fanciullezza o della adolescenza, i ragazzi, che ne ricevevano pure in premio a scuola, offrivano astragali agli dei.
L’aliosso di pecora, montone o capra, materia prima facilmente a portata di mano per il gioco, ha una forma cuboide e presenta quattro facce di forma differente (una piana, una convessa, una concava, una irregolare) alle quali veniva attribuito un valore diverso: 1, 3, 4, 6. Tale valore, forse derivato dal gioco dei dadi, sicuramente molto più tardo, vedeva l’1 opposto al 6 e il 3 opposto al 4.

Se varie erano le forme di gioco che si potevano fare con questi ossicini (pari e dispari, il cerchio, la fossetta, le cinque pietre), basate sull’abilità dei giocatori, altre presupponevano conoscenza di regole e calcoli complicati per determinare il valore delle molte combinazioni possibili, scaturenti da ogni lancio.
Più frequentemente il gioco si effettuava con quattro astragali, i quali venivano gettati a terra o su di un piano dopo essere stati agitati tra le mani congiunte o in un apposito contenitore. Osservando le combinazioni delle facce rivolte in alto degli aliossi e facendo la conta dei punti, si decretava il vincitore che raccoglieva la posta in gioco consistente perlopiù in noci, mandorle o pochi spiccioli, se non proprio negli stessi astragali dello sconfitto.

La combinazione più ambita, perché vincente, chiamata iactus Veneris, risultava quando ogni astragalo mostrava, in seguito alla gettata, una faccia diversa mentre la peggiore, detta del cane, si verificava allorché le facce riportavano tutte e quattro il valore 1. Ben 35 erano le combinazioni che si potevano ottenere lanciando i 4 astragali e ciascuna aveva il suo proprio nome,
Dopo questo lungo ma necessario excursus veniamo a quel poco che io ricordo del gioco con gli astragali da me frequentato solo nelle forme pari e dispari e a la fossetta. Per pari e dispari bisognava indovinare se il numero degli astragali, prelevati da una tasca, fosse pari o dispari mentre a la fossetta consisteva nel gettare gli astragali in un piccolo buco scavato in terra.

Di quello che è stato il gioco frequentato dagli adulti, con le sue regole e con le sue combinazioni, pur avendo assistito a qualche cimento, non ho ricordi puntuali e chiari; mi resta solo qualche sparuto frustolo come quello afferente alle denominazioni dialettali con le quali si indicavano le facce dell’astragalo.
La faccia stretta, indicata sopra come irregolare, che presenta un incavo a forma di S, era detta ènta (vinta = tiro in cui si vince). Risultava nella ricorrenza delle gettate alquanto difficile e rara;
-la faccia stretta, opposta alla precedente, già indicata come piana, che presenta una superficie liscia, era detta fòra (fuori = tiro in cui si perde). Risultava, nelle ricorrenza delle gettate, ugualmente difficile e rara;
-la faccia più larga, indicata sopra come convessa, che presenta una sorta di gibbosità, era detta chita. Risultava nelle gettate abbastanza ricorrente;
-la faccia più larga, indicata sopra come concava, opposta alla convessa, che presenta una concavità piuttosto accentuata nella superficie, era detta nèsse o nèssi (ne esce ? = esce fuori dal gioco). Nella ricorrenza delle gettate risultava ancora più frequente della precedente.
Questa terminologia dialettale indicava talvolta anche l’effetto del lancio degli aliossi.
Quando il gioco degli astragali si faceva con tre ossicini ènta túbbula indicava la gettata (vincente) in cui risultavano due chita più un’ènta mentre pèrsa túbbula indicava la gettata (perdente) formata da due nèsse più un fòra.

Che cosa è rimasto oggi di questo antichissimo gioco nella nostra città?
Sono rimasti l’esemplare di aliosso recuperato e prontamente assicurato alla raccolta del nostro museo della civiltà del vino primitivo, con relativa scheda illustrativa, ed inoltre la presenza, ancora viva, del termine nel modo di dire popolare ca ce sta sciocu all’ arùnchî ? (ti pare proprio che stia giocando agli astragali ?). È la risposta che dà chi è ripreso per scarsa diligenza ed invece è convinto di impegnarsi al massimo.