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L'erpice (traja)

01/07/2007
I lavori di preparazione del terreno, che ordinariamente succedono all’aratura  integrandola in vista della semina, sono quelli condotti con l’erpice (traja).
Questo strumento, che ha in agricoltura moltissima importanza,  serve specialmente per livellare, triturare e mescolare il terreno, rompendo le zolle eventualmente lasciate intere dall’aratro; polverizza e rende più soffice la terra la cui crosta superficiale si è indurita per l’azione delle piogge e del sole; estirpa e porta in superficie le  piante infestanti; assolve, inoltre, molto bene al compito di distribuire le sementi sulla superficie del campo e di coprirle, nonché a spandere i fertilizzanti e a sarchiare i seminativi durante i mesi di marzo e aprile, eliminando le erbe dannose in emergenza.
La forma dell’erpice è in generale abbastanza semplice: consta di una robusta intelaiatura  orizzontale di legno o di ferro, rigida o snodata, dotata nella parte inferiore di denti appuntiti, talvolta anche taglienti, saldamente fissati ad essa, distribuiti ad uguale distanza e scostati tra loro, onde evitare alla terra e alle erbacce di accumularsi tra gli intervalli. Numerosi sono i tipi e le forme di erpice esistenti: dai leggeri ai pesanti,  pur con differenze nella meccanica e nella varietà di lavoro da eseguire, in tutti però gli organi lavoranti di varia forma e disposizione sono costituiti da denti, da lame o da dischi girevoli.
Di antichissima origine l’erpice ha subito nel tempo evoluzioni al pari dell’aratro; partendo da un semplice ramo o cima di albero, trascinato dalla parte contraria, o da un intreccio di spine e frasche, si è giunti, con l’avvento delle macchine motrici, agli erpici moderni, a dischi o frangizolle, che spezzano e frantumano pezzetti di terra.
L’unico esemplare presente nel nostro museo della civiltà del vino Primitivo è un erpice snodato tipo Howard, costruito però in Italia, se non in loco  dalle officine dei nostri abili fabbri ferrai, e  dell’antica casa inglese non ha che il nome.
Questo erpice è formato dall’assemblaggio tra loro di pezzi a struttura triangolare (organi lavoranti), connessi per mezzo di anelli di ferro o acciaio in modo da costituire una specie di struttura a maglia, che, risultando  snodata e assai flessibile, si  adattava facilmente al terreno da lavorare. Gli utensili triangolari costruiti in ghisa portano tre denti che sporgono tanto nella parte superiore quanto inferiormente, per consentire all’erpice di essere trascinato o sull’una o sull’altra faccia, poggiando sul suolo. L’insieme poi è collegato, attraverso sei robuste catene di ferro, ad una stanga di legno portante due anelli per l’attacco agli animali..
Questa macchina, sprovvista di ruote, era trascinata sul terreno da buoi o muli e si aveva anche l’accortezza, quando si eseguiva l’operazione dell’erpicatura, di effettuarla nelle prime ore della giornata in assenza di vento, di  troppo calore e con la terra possibilmente umida.
Da parte dei nostri contadini nel recente passato non si dava grande importanza all’erpicatura, infatti l’erpice era utilizzato solo da pochissimi grandi proprietari terrieri o da possessori di masserie che disponevano di ampie superfici, coltivate a frumento. Si ricorreva, quando serviva tale strumento agricolo, se non al prestito al fitto a basso costo, che praticavano i consorzi agrari o le cooperative agricole. La maggior parte, per le proprie piccole necessità,  utilizzava un erpice rudimentale, adibito al solo compito di pareggiare il terreno dopo l’aratura  o di coprire le sementi. Questo grossolano strumento agricolo del quale si è conservato vivo e fresco il ricordo negli anziani intervistati, come la voce dialettale traja (meno comune ricciu), che lo indica, all’occorrenza poteva essere costituito da una sponda (ncasciàtu) di legno del carro agricolo, o da due travi parallele di legno (murali) opportunamente connesse, o da una vecchia scala, priva di qualche piolo, o da altro.

Negli anni quaranta del secolo scorso, a seguito dell’evacuazione del vicino campo d’aviazione, occupato dagli Alleati americani durante il secondo conflitto mondiale, diventarono particolarmente appetibili e  ricercate, per la molteplicità degli usi cui furono sottoposte, le lastre metalliche che formavano il letto delle piste aeroportuali. Non solo cancelli, botole per cantine, ante, porticine, ecc. furono realizzati nella penuria di materiali, ma queste lamiere diventarono soprattutto erpici. Appesantite, al pari dei suoi predecessori sopra ricordati, con pietre o conci di tufo se non da vocianti fanciulli, che si offrivano per gioco, egregiamente si prestavano a rendere uniforme, spianandola a liettu ti zita (come il letto di una sposa) la superficie del fondo.  
In chiusura mi sovviene un modo di dire tipico del nostro dialetto che è riferito a persona maldestra, goffa e impacciata:  si’ na traja oppure sinti propia comu ‘na traja, ti ddonca passi lassi la štrascìna (letteralmente = sei come un erpice, ovunque tu passi lasci il segno).
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