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Asclepiade di Samo, un raffinato edonista...

01/11/2006
Asclepiade di Samo può essere considerato il continuatore ideale di Alceo, di Anacreonte e di Saffo, la poetessa dell’amore per antonomasia.
Siamo in età ellenistica  (quella che vide il trionfo militare e politico di Alessandro Magno e del suo sogno di un impero universalistico, poi abortito a causa della morte prematura) e perciò opera a quasi tre secoli di distanza dai primi; ma la distanza temporale non interrompe quel filo di continuità con la tradizione letteraria arcaica, che caratterizza la sua produzione.
Pur con una particolare sensibilità (e, d’altronde, non potrebbe essere diversamente, quando si è di fronte a poeti degni di questo nome), Asclepiade affronta gli stessi temi degli autori precitati: il simposio, il vino e soprattutto l’amore.

In un genere letterario come l’epigramma, che conobbe in età ellenistica una straordinaria fortuna, il poeta di Samo poetò con grazia e finezza, piegandolo a strumento privilegiato della manifestazione dei sentimenti personali. Se infatti l’epigramma toccherà una vasta gamma di temi e motivi, da quello votivo a quello funerario, da quello letterario a quello simposiaco, con Asclepiade assumerà per molti versi un carattere squisitamente lirico.

Di Asclepiade, purtroppo, non abbiamo molte notizie. Sappiamo che nacque a Samo, la splendida isola dell’Egeo ricca di vigne e di ulivi, patria del tiranno Policrate ma anche del filosofo Pitagora e dell’astronomo Aristarco, ai tempi di Tolomeo Sotèr e nei primi anni di Tolomeo Filadelfo, grandi sovrani di Alessandria d’Egitto, all’epoca capitale internazionale del mondo ellenistico.
Da tutti considerato un maestro di poesia, si raccolsero intorno a lui non pochi poeti di valore : Posidippo di Pella, Edilo di Atene, Nicèneto di Abdera, Socle di Reggio. Di poco più anziano di Teocrito (l’autore degli idilli bucolici che servirono da modello al Virgilio delle egloghe), fiorì quasi certamente intorno al 300 / 290 a.C. E con Teocrito e Callimaco, Asclepiade è senz’altro da considerare uno dei massimi esponenti della letteratura ellenistica. Nella controversia letteraria che divise Callimaco da molti poeti della sua età, Asclepiade fu avversario di Callimaco, in quanto non condivise il suo modo di poetare e gli rimproverava l’esilità dei suoi carmi, biasimandolo come “poeta di pochi versi”. Asclepiade al contrario esaltava in un epigramma la Lide di Antimaco, che Callimaco giudicava con disprezzo “uno scritto pesante, non lavorato con finezza”.
Di Asclepiade ci sono pervenuti 45 epigrammi, conservati nell’Antologia Palatina, di cui poco più di una trentina sono considerati autentici, mentre sono andati perduti i carmi melici, di carattere cioè lirico.
Come per Alceo e Anacreonte, al centro della sua produzione vi sono i temi simposiaci ed erotici, che rispecchiano l’atmosfera di raffinatezza e di piacere che avvolse la vita del poeta.
Il vino, in questo contesto, svolge un ruolo importante, ma forse sussidiario,consolatorio : serve a placare le angosce dell’animo innamorato o invoglia a sfruttare al meglio il rapido trascorrere del giorno.
“Bevi, Asclepiade! Perché queste lacrime? Ma che cos’hai? Non sei tu solo preda della spietata Cipride (cioè Afrodite), né solo su di te Eros amato tese l’arco e le sue frecce. Perché, ancora vivo, stai tra la cenere? Beviamo il succo puro di Bacco. Così breve è il giorno! O aspettiamo la lampada, compagna del sonno? Ma via beviamo, disperato amante! Tra non molto la nostra lunga notte dormiremo” (trad. Quasimodo).
Ma, altrove, il vino tradisce l’amore da cui l’uomo è afflitto, come quando l’autore e i suoi amici assistono ad una scena memorabile con una punta forse di umorismo dissacratorio. Una cosa è certa: Asclepiade ce la descrive con viva partecipazione emotiva e con impeccabili pennellate.

“Spia d’amore, il vino: i molti brindisi tradirono Nicàgora, che negava di essere innamorato; scoppiò a piangere, scosse il capo, lo sguardo fisso a terra; e la ghirlanda non gli restò ben ferma sul capo“.                                      
                                                                    
Si evince subito dalla lettura degli epigrammi che Asclepiade canta soprattutto l’amore e il piacere nella vasta gamma delle modalità e che tutto si svolge nel tipico ambiente del simposio.
Ma ciò che va sottolineato è che il poeta di Samo esprime con sincerità di accenti il suo sentimento d’amore “anche se finge di volerlo coprire col velo sottile dell’ironia” (Perrotta).
Più vuole sembrare scettico, più è appassionato : “Ventidue anni ancora non ho, e mi è noia la vita. O Amori, che male è questo? Perché mi bruciate? Se io muoio, che cosa farete? Certo, Amori, come prima, indifferenti, giocherete agli astragali “ (trad. Perrotta).
Un altro epigramma esprime con intensità l’amarezza di una delusione amorosa nella malinconia di una notte piovosa d’inverno: “Lunga è la notte – è inverno – e declina in mezzo alle Pleiadi; ed io, grondante di pioggia, cammino davanti alla sua porta, trafitto dalla brama di lei, l’ingannatrice. Non un amore Ciprie, ma un dardo doloroso di fuoco mi ha gettato” (trad. Perrotta).

Ci sono poi nella sua poesia figure femminili difficilmente dimenticabili : si tratta spesso di donne giovani e belle, il cui solo fine è dare e ricevere gioia e piacere. Tale è il caso ad es, di Didima, la bruna, che mette il fuoco nel vene. “Con i suoi scherzi Didima mi ha preso. Ahimé, mirando la sua bellezza, mi struggo come cera al fuoco. Se è nera, che importa? Anche i carboni sono neri. Ma, se li accendi, splendono come boccioli di rosa” (trad. Perrotta).
Altrettanto indimenticabile resta il viso soave di Nicàrete, che si affaccia spesso alla finestra, perché la fanno sfiorire gli occhi incantatori di Cleofonte.
“Il dolce viso di Nicarete, colpito dalla brama d’amore, che appare spesso all’alta finestra, lo hanno fatto sfiorir, o Ciprie cara, gli occhi splendenti di Cleofonte, i lampi del suo dolce sguardo”.